Il rock è morto. O siamo noi ad aver smesso di cercarlo?

Ogni tanto ritorna. È una frase ciclica, quasi una tradizione: “Il rock è morto.”

Lo leggiamo sui social, lo sentiamo nei bar dopo un concerto, lo ripetono musicisti, giornalisti e fan. È diventato il ritornello perfetto di una generazione che guarda sempre più spesso nello specchietto retrovisore. Ma siamo davvero sicuri che il problema sia il rock? Forse dovremmo farci una domanda molto più scomoda.

E se fossimo noi ad aver smesso di cercarlo?

Per decenni il rock e il metal sono stati un viaggio fatto di curiosità. Si entrava in un negozio di dischi e si usciva con un album acquistato solo perché la copertina era intrigante. Si passavano pomeriggi a leggere le recensioni delle riviste, si seguivano i consigli degli amici, si registravano cassette, si cercavano band improbabili provenienti dalla Finlandia, dalla Germania o dal Sud America. La scoperta era parte integrante dell’esperienza.

Oggi, paradossalmente, abbiamo accesso a milioni di brani con un semplice clic. Eppure ascoltiamo molto meno di quanto ascoltassimo quando avevamo una vasta collezione di vinili, cassette o CD. Le playlist ci propongono sempre gli stessi nomi. Gli algoritmi ci confermano quello che già conosciamo, perché si basano e si plasmano sui nostri gusti. E noi finiamo per ascoltare, per la centesima volta, gli stessi album che amiamo da venti o trent’anni.

Per carità non c’è nulla di sbagliato nell’ascoltare Master of Puppets, Painkiller o The Number of the Beast. Sono pietre miliari che meritano di essere celebrate per sempre nell’Olimpo degli Dei. Il problema nasce quando diventano l’unico orizzonte musicale.

Quante persone che sostengono che “non esistono più grandi band” sono davvero andate ad ascoltare un gruppo emergente negli ultimi sei mesi? Quanti hanno aperto la pagina Bandcamp di una giovane formazione invece di lamentarsi dell’ennesimo tour celebrativo? Quanti comprano ancora un disco di una band al primo album? È facile dire che non nascono più nuovi giganti quando continuiamo a investire tempo, denaro e attenzione esclusivamente nei colossi del passato.

Eppure l’underground continua a vivere. Dove? nei piccoli club pieni di passione, nei Festival organizzati da volontari, nelle Etichette indipendenti. Conosco band che percorrono migliaia di chilometri per suonare davanti a cinquanta persone se gli va di lusso o musicisti che registrano album straordinari senza avere alle spalle una major.

Quella scena esiste ancora, non è sparita… Semplicemente, è uscita dal nostro radar.

C’è anche un altro aspetto che raramente affrontiamo, la nostra generazione (o meglio la mia) è cresciuta con i grandi nomi già consacrati. Abbiamo scoperto Metallica, Slayer, Maiden, Priest, Megadeth, Helloween o Pantera quando erano già diventati monumenti della musica, non abbiamo vissuto davvero il rischio della scoperta. Oggi però pretendiamo che una nuova band raggiunga, nel giro di due album, lo stesso peso culturale costruito in quarant’anni dai giganti del rock, è una pretesa impossibile.

Le grandi band del passato non sono diventate leggendarie in una notte. Hanno costruito la loro storia concerto dopo concerto, disco dopo disco, spesso attraversando anni di anonimato. Ma oggi siamo molto meno pazienti. Se un gruppo non ci conquista entro trenta secondi, passiamo oltre. Se un disco non entra immediatamente nelle playlist, viene dimenticato. Se un festival propone troppi nomi sconosciuti, lo definiamo “debole”. Poi però ci lamentiamo che gli headliner siano sempre gli stessi.

La verità è che nessun ricambio generazionale può esistere se il pubblico non gli concede spazio. Ogni band storica è stata, un tempo, una scommessa. Qualcuno ha deciso di darle fiducia. Qualcuno ha comprato quel primo disco. Qualcuno è andato a quel concerto davanti a pochissime persone.

Quel “qualcuno” oggi sembriamo aver smesso di esserlo. Forse il rock non è morto.

Forse si è semplicemente spostato dove pochi hanno ancora voglia di guardare.